SPEDIZIONE PERU’ 2008 DI ACCADEMIA KRONOS

IL MISTERO DEI CHACHAPOYAS

Il Perù non finisce mai di stupirci con i suoi misteri, l’ultimo è quello dei guerrieri delle nuvole, i Chachopoyas, un popolo mitizzato dagli stessi Incas e dai cronisti spagnoli durante la conquista dell’America Latina. Si pensava che fosse una delle tante leggende che sopravvivono sulle Ande, come quella dei giganti, degli uomini che volano e così via. In particolare questa dei Chachapoyas, sembrava frutto di pura fantasia, infatti gli Incas descrivevano questo misterioso popolo come alto, con i capelli biondi, con gli occhi azzurri e dalla pelle chiara. Impensabile in tutta l’America latina di quei tempi dove le popolazioni erano generalmente basse, tarchiate, con capelli neri e di pelle olivastra o scura. E invece questo popolo è esistito realmente. La scoperta è stata fatta pochi anni fa ed ora archeologi, antropologi e genetisti di tutto il mondo si chiedono come è stato possibile che popolazioni più vicine a quelle europee ( dalle caratteristiche delle genti del nord Europa) potessero essere finite sulle Ande.
Ad oggi si sa poco o niente della loro tribù, i Chachapoyas: biondi, alti, di pelle chiara, erano probabilmente originari dell’Europa. La loro era una delle civiltà più progredite di quell’area. Dall’800 al 1500 furono alla guida di un regno che si estendeva su tutte le Ande. Perfino il loro nome originale è ignoto. Quello che è arrivato a noi è il soprannome dato loro dagli Incas, che li conquistarono: “gente delle nuvole”, per le regioni elevate che i Chachapoyas abitavano nella foresta.

Come Machu Picchu anche questo popolo aveva una cittadella nascosta che neppure gli Incas e gli Spagnoli avevano mai scoperto e che solo di recente gli archeologi hanno trovato. Questo luogo è stato chiamato: La Fortezza di Kuelap.
Questa impressionante cittadella fortificata è situata sulla cima di una montagna strategica per dominare le valli circostanti. Sembra che Kuelap fosse abitata nell’anno 1000 d.C. da circa 3000 persone. Fu abbandonata all’improvviso, forse per una lotta interna o a causa di un’epidemia.
L’accesso alla cittadella è un sentiero che si stringe mano a mano che si avanza tra le mura imponenti, come un imbuto, fino a permettere, per motivi di difesa, l’ingresso di una sola persona per volta.
L’atmosfera che regna all’interno di Kuelap è veramente speciale, come raccontano i locali, gli antichi abitanti ritornano sempre a visitare le loro case e alcuni dicono di averli incontrati tra gli alberi ricoperti di muschio e costellati di licheni orchidee e altre bellissime piante epifite. Queste piante crescono su altre piante per ricevere la luce solare necessaria alla fotosintesi. Non sono parassite, perché non sottraggono nutrimento alla piante sulla quale crescono e infatti le incontriamo anche aggrappate alle rocce.
Due sono le cittadelle interne alla stessa fortezza, quella in alto dove vivevano sacerdoti e militari di classe alta. E quella in basso dove sono raggruppati 335 edifici circolari destinati a soldati e civili di diversa estrazione sociale.
All’estremo Sud incontriamo una costruzione circolare con la forma di un cono tronco rovesciato, di circa sei metri, chiamata Tintero e si suppone svolgesse una funzione cerimoniale.


In realtà Kuelap è un posto ancora avvolto nel mistero e che sembra restio a lasciarsi decifrare. Sappiamo che i costruttori utilizzarono circa 100.000 blocchi di pietra del peso di 100 kg l’uno, che fa di Kuelap la più grande costruzione archeologica d’America.
Impressionante e carica di mistero la scoperta di due mummie effettuata poco tempo fa in una zona impervia e nascosta dalla fitta vegetazione. La scoperta di questo sito è considerata di grande importanza dagli archeologi che lo hanno portato alla luce, e le fotografie delle due mummie hanno affascinato il popolo della Rete. Che ha subito iniziato a fare congetture su quelle smorfie di dolore.

Non è possibile, dicono alcuni, che il viso sia rimasto fissato in quell’espressione durante l’imbalsamatura: è più probabile che sia stato mummificato per cause naturali. Ma qualcun’altro obietta, commentando un articolo che riporta la scoperta, sul sito dell’Evening Standard, che può essere semplicemente opera del tempo. Le gengive si sarebbero ritirate col passare degli anni consegnando all’eternità quest’immagine angosciata, da cui è così difficile distogliere lo sguardo.

Tra ottobre e novembre prossimo una spedizione di Accademia Kronos si recherà in questa zona per realizzare un dettagliato documentario cinematografico ed effettuare alcune ricerche archeologiche mirate.

La spedizione sarà formata da esperti delle sezioni Accademia Kronos di Lecco, Roma e Viterbo con la collaborazione del Dipartimento di Beni Archeologici e Ambientali dell’Università della Tuscia.